Roma, la città che tiene il guscio e butta l’anima
Dal Filmstudio alle arene, anatomia di un metodo
Una vicenda triste, tendente allo squallore, si sta impadronendo delle cronache romane. Gli attori, comunque si voglia declinare questo attributo, hanno un’importanza marginale. Di appelli, convegnetti della domenica e raccolte di firme ne abbiamo visti passare tanti. Tutte iniziative che non hanno prodotto nulla e non hanno intaccato un apparato cinico che si muove in funzione di un consenso facile sulla base del numero di follower. Un sistema che divora se stesso e trascina nel baratro un intero tessuto culturale, le giovani generazioni, la Città stessa.
Nel 2016, in un incontro pubblico sulla cultura — cca nisciuno è fesso —, dissi che il vero male di Roma non erano i singoli tagli o le singole chiusure, ma un sistema: la cultura ridotta a un perpetuo rincorrere il bando e l’evento, le grandi centralità che soffocano chi lavora sul territorio, un reticolo di collateralismi in cui per esistere bisogna “sapersi muovere”, accreditarsi, entrare nelle grazie di qualcuno che conta. Scrissi che era un universo destinato a morire nella difesa di orticelli sempre più aridi. Era una diagnosi, fatta guardando i sintomi.
Dieci anni dopo, quei sintomi sono diventati la malattia conclamata di cui oggi tutti discutono.
Ma non mi sono limitato a scriverlo. Ho provato a fare il contrario di ciò che denunciavo.
Quello stesso anno, in un Filmstudio a cui era stata staccata la corrente — montammo un impianto di luci a led pur di tenerlo acceso — ospitammo tre giorni di incontri tra le associazioni culturali della città — rete culturale Roma. Senza sigle, senza inviti a candidati sindaco, senza autoreferenzialità: solo persone che provavano a immaginare una rete, un progetto comune, un modo di fare cultura che non fosse il solito rincorrere il finanziamento o l’assessore di turno.
Lo scrissi allora, nero su bianco: i nemici sono la frammentazione, l’autoreferenzialità, l’accordo di corridoio, la difesa degli orticelli. Non cercavo un partito. Cercavo una città.
E in quelle stesse sale, poco tempo prima, era accaduta una cosa piccola e silenziosa — la sala con le luci. C’erano famiglie, a Roma, che non erano mai potute andare al cinema insieme ai propri figli: bambini nello spettro autistico, per i quali una sala buia e rumorosa è un luogo ostile. Bastavano pochi accorgimenti per cambiare le cose — luci non del tutto spente, audio attenuato, libertà di muoversi. Al Filmstudio si fece, e per la prima volta in Italia quelle famiglie ebbero una sala in cui entrare. Non fu un evento, non ci furono palchi né passerelle. Fu solo civiltà. E proprio perché non produceva il genere di consenso che si può fotografare, non interessò a nessuno dei poteri pubblici: nessuno la adottò, nessuno la diffuse, nessuno pensò di farne un esempio per la città. Si lasciò spegnere. Quelle famiglie tornarono al punto di partenza.
Ecco il punto che vorrei consegnare a chi oggi si appassiona alle sale romane. Esistono voci a cui non viene dato spazio. Voci che quello spazio se lo conquistano da sole, con fatica e senza protezioni; che producono esperienze di reale valore, che costruiscono modelli; e che poi vedono quei modelli abbandonati a un lento declino, perché il sistema non premia ciò che vale, premia ciò che conviene. Non è incuria. È un metodo.
E qui sta il nodo che pochi hanno il coraggio di nominare. La vicenda che oggi infiamma Roma e la vicenda del Filmstudio non sono opposte: sono la stessa operazione vista da due lati. In un caso si fabbrica un beniamino, lo si nutre di visibilità e di sostegno finché serve alla narrazione; nell’altro si elimina chi non rientra nello schema. Premiare e cancellare sono i due gesti di un’unica mano, che risponde a una logica sola: accentrare la cultura romana, costruire potentati e oligarchi ben collegati ai gruppi dirigenti, e tenere ai margini tutto ciò che non si lascia organizzare dall’alto. Chi viene celebrato e chi viene fatto sparire appartengono allo stesso disegno di potere. Cambia solo il ruolo che il sistema ha assegnato loro.
In tutto questo c’è un luogo che conosco meglio di ogni altro, perché è anche il mio, e che racconta la vicenda meglio di qualsiasi ragionamento.
Il Filmstudio è il primo cineclub d’Italia. Dal 1967, per quasi cinquant’anni, ha portato a Roma il cinema d’autore e l’avanguardia, i nomi che hanno fatto la storia del Novecento — Godard, Wenders, Fassbinder, Herzog, il giovane Moretti. Le sue mura, dal 1989, sono di proprietà della Regione Lazio, che le acquistò con un’unica, esplicita finalità: tenerci dentro il Filmstudio. Quella storicità — la sala e i suoi gestori, insieme — è stata, parole degli stessi uffici regionali, il valore su cui si è costruita un’intera operazione di recupero. Circa un milione di euro di denaro pubblico, come hanno scritto Il Fatto Quotidiano e la Repubblica, per ristrutturare quei locali.
Poi è successo che la storia l’hanno tenuta, e chi quella storia la incarnava l’hanno mandato via. Le mura restaurate, l’anima sostituita. Al posto del Filmstudio è nata “Scena”, gestita dall’apparato di una società regionale. Una sala che, dopo quasi cinque anni, continua a citare (millantando) il Filmstudio sul proprio sito, perché senza quel nome non avrebbe una storia da raccontare. Non si evoca ciò che si è superato: si evoca ciò che non si riesce a essere. Un esito così deludente che la stessa Regione, a un certo punto, ha dovuto riconoscerlo, annunciando un bando per il rilancio dello spazio. Bando poi misteriosamente scomparso. https://www.romafilmstudio.it/il-mistero-del-bando-scomparso/
Ed è qui che devo abbandonare, per un momento, il tono pacato.
Perché quel luogo non è morto da solo. È stato preso, svuotato, sfigurato.
Un magazzino di Trastevere che aveva accolto Godard e Pasolini è stato ristrutturato con i soldi di tutti in nome della sua storia, e poi privato proprio di quella storia, ridotto a un guscio con un altro nome sulla porta.
Lo hanno fatto per un calcolo politico d’accatto, per il gusto miserabile di gestire in proprio, e in quel calcolo non hanno cancellato soltanto un cineclub.
Hanno tolto prospettiva e lavoro anche a me, che a quel luogo avevo dedicato anni della mia vita.
Hanno deciso a tavolino che la mia storia e la sua finissero insieme, in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse.
I giornali, non io, hanno parlato di “lunga mano” politica e di un caso finito alla Corte dei Conti. Su quel piano lascio lavorare chi di dovere, e non aggiungo altro. A me interessa il significato, non il procedimento.
Perché il significato è questo: una città che aveva un’istituzione culturale viva, riconosciuta nel mondo, ha preferito tenerne il guscio e disperderne il contenuto. È la stessa logica per cui Roma si è lasciata ridurre a parco a tema per turisti, a fondale per scorribande politiche di basso conio, a teatro di eventi che, smontati i palchi, lasciano dietro di sé soltanto il vuoto.
Non ho fondato partiti, non ho cercato poltrone, non ho mai desiderato di entrare in alcun salotto. Ho fatto, per quanto ho potuto, il mio mestiere: dire ciò che vedevo accadere, e provare a costruire qualcosa di meglio, nell’interesse di una città che amo e che ho visto franare. Hanno provato a togliermi di mezzo perché non mi sono piegato. È andata diversamente da come speravano. Sono ancora qui. E il Filmstudio, che doveva sparire, è ancora vivo — senza sede, senza fondi, senza protezioni, tenuto in piedi dal lavoro ostinato di chi non si arrende.
Lo dico con la lucidità di chi ha avuto, purtroppo, ragione troppe volte. Roma può ancora scegliere se continuare a celebrare le proprie figurine di stagione o tornare a riconoscere e sostenere chi la cultura la fa davvero, ogni giorno, lontano dai riflettori. Le voci ci sono. Aspettano solo che qualcuno smetta di coprirle di silenzio.
Per questo non chiedo di essere creduto sulla parola. Chiedo qualcosa di più semplice e più concreto: che chi crede in tutto questo lo dica. È aperta una raccolta di firme per la rinascita del Filmstudio nella sua sede storica. Non è un gesto simbolico: è il modo in cui una città decide che certe cose non le vuole perdere. Firmare costa un minuto. Tacere, in questi anni, è costato molto di più.
Stefano Pierpaoli
Il Filmstudio deve tornare a casa
Il primo cineclub d’Italia è chiuso da undici anni, mentre il suo spazio storico è stato svuotato con un milione di euro pubblici.
Chiediamo un bando trasparente e il ritorno del Filmstudio nella sua sede.
Sono già arrivate centinaia di firme