LE MANI SULLA CITTÀ

Cinema e potere: la cultura del consenso

C’è un gesto, nella vicenda che agita la cultura romana, che vale più di mille dichiarazioni. Maggio 2023: il presidente di una fondazione culturale entra negli uffici del Comune di Roma e li occupa per sette ore, fino a ottenere un finanziamento che tardava — una concessione fuori da ogni bando pubblico. Non una richiesta: una pretesa, esercitata con il corpo, dentro il palazzo del potere. È un episodio documentato, non un’illazione. E racconta un metodo.

Christian Raimo*, in un’analisi che ha saputo descrivere bene le radici storiche di tutto questo — le lotte per gli spazi urbani a Roma dagli anni Settanta in poi — ha colto la metamorfosi del Piccolo America: da occupazione antagonista a fondazione che dialoga con ministeri, sponsor e grandi firme. Un’autonomia, osserva, costruita quasi soltanto sulla collaborazione istituzionale, e per questo fragile non appena il vento politico cambia. È una lettura acuta. Provo a portarla un passo oltre, là dove l’appartenenza a una certa famiglia culturale forse trattiene dall’arrivare.

Guardiamo gli strumenti con cui una posizione di potere, nella cultura romana, si costruisce e si protegge. Sono quattro, e funzionano insieme.

Il primo è la fondazione. Un soggetto formalmente privato che raccoglie risorse, organizza, intreccia relazioni con la politica e con l’impresa — ma non risponde a un elettorato e non sottostà alle regole di trasparenza previste per i partiti. È una forma di potere che sfugge, per sua natura, al giudizio del voto.

Il secondo sono le alleanze con poteri economici e padrini istituzionali, interessati a investire su una cultura riconoscibile, presentabile, governabile. Non c’è nulla di illecito nel ricevere sostegno; il punto è chi lo offre, e in cambio di quale prossimità.

Il terzo è il prestigio dei nomi celebri. Registi e attori di primo piano prestano il volto a una causa, e con il loro volto le danno un’aura. Trasformano una vertenza su denaro pubblico in una battaglia di civiltà, e chiunque la discuta nel nemico della cultura. È lo scudo più efficace, perché non si argomenta: si irradia. E spesso chi lo presta non conosce nel dettaglio i flussi, i finanziamenti senza gara, i metodi con cui quella posizione è stata edificata.

Il quarto, infine, è la lista civica. Quando i primi tre strumenti non bastano più — perché un’amministrazione cambia, perché una Regione passa ad altri, perché il flusso rischia di interrompersi — si compie il salto: dal consenso culturale al potere elettorale vero e proprio.

Quattro leve, una sola logica: mettere in sicurezza ciò che si è costruito, e aggiungere fattori di potere per garantirne la sopravvivenza e l’ulteriore crescita.

Non è una storia nuova. È, in scala ridotta, la discesa in campo del 1994 — quando si entrò in politica anche per proteggere le proprie posizioni e i propri patrimoni. Con un perfezionamento contemporaneo: stavolta il fondatore annuncia che non sarà lui a candidarsi. Il potere senza l’esposizione personale. E c’è un paradosso che dovrebbe far riflettere chi viene da sinistra: riprodurre, senza avvedersene, la mossa fondativa dell’avversario di sempre.

Sullo sfondo, sempre lo stesso scenario: un Partito Democratico romano percorso da lacerazioni profonde, che già una volta — nel 2014, dopo le inchieste che travolsero la città — fu azzerato e commissariato per le sue guerre interne. La storia, a Roma, non si ripete. Continua.

In tutto questo c’è una sala storica che, al contrario di chi ottiene fondi senza gara, un bando trasparente l’ha chiesto — e non l’ha mai avuto. Ma quella è un’altra storia, e la lascio per un’altra volta.

Il punto, qui, non è difendere un luogo. È domandarsi chi decide, con il denaro di tutti, cosa è cultura e cosa no. E a chi rispondono, davvero, quelli che lo decidono.

Stefano Pierpaoli

 

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*Christian Raimo

Christian Raimo è insegnante, saggista, scrittore. Il suo ultimo libro si intitola L’invenzione del colore (La Nave di Teseo, 2026).

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