La sera andavamo al Filmstudio
Paolo D’Agostini – Repubblica 22 giugno 2017

La morte di Americo Sbardella (Americo con la “c”), cofondatore nel 1967 con Annabella Miscuglio e altri giovani intellettuali del Filmstudio, primo cineclub italiano, obbliga a pensare a quante cose siano accadute in mezzo secolo in quel minuscolo spazio. Sul cui sito web, purtroppo, leggiamo ora l’ avviso “riapertura delle sale in data da definire”.
Tanto piccolo e marginale – tanto segnato il suo glorioso percorso dalle innumerevoli difficoltà di resistere – quanto grande è stata la sua storia.
ERA un viaggio quasi spirituale (parola non casuale: la spiritualità è stata oggetto di profondo interesse, nel tempo della maturità, da parte di Sbardella) quello che ci portava a inoltrarci, ha portato generazioni di giovani e meno giovani appassionati, carichi di aspettative ma anche un po’ intimiditi in via Orti d’Alibert, piccola e bellissima traversa della trasteverina via della Lungara a un passo da Regina Coeli, per assistere a meraviglie che nessun altro posto offriva. I primi cavalli di battaglia furono il cinema Underground americano e il New American Cinema, maratone Andy Warhol comprese, e specularmente il cinema sperimentale italiano, Alberto Grifi in testa. Subito dopo le altre direttrici di marcia furono le avanguardie storiche (quanti di noi hanno conosciuto al Filmstudio il battesimo dell’espressionismo tedesco, dei grandi sovietici, di Jean Vigo?) e per un altro verso il cinema militante nei dintorni del ’68, ’69, ’70.

Era nato il primo esempio di un movimento che nei dieci anni successivi avrebbe contagiato le maggiori città italiane. Il cineclub. Un luogo al quale si accedeva sottoscrivendo una tessera, dunque un’associazione culturale in quanto tale in grado di sottrarsi alle forche caudine della censura. Ma la vicenda del Filmstudio è parte di un flusso culturale e anche generazionale che ha un prima e un dopo. Una storia importante. Prima, sul piano dell’associazionismo e della presenza diffusa e capillare, c’era stata soprattutto la rete dei cineforum cattolici. Ma contemporaneamente c’era stato il radicalismo di due riviste di cinema, Cinema & Film e Ombre Rosse tra loro rivali, ed era iniziata solo un paio di stagioni prima l’esperienza di un nuovo festival, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. E’ dalle ultime due storie che discende il Filmstudio. Poi da lui e dal generale movimento cineclubistico discenderanno altre storie. Anzitutto le Estati Romane, il prototipo dell’amministrazione capitolina di sinistra con Renato Nicolini alla Cultura che avrebbe mutuato l’esperienza un po’ da cripta di Filmstudio e fratelli per far nascere il cineclub di massa. Spirito a sua volta informatore, tra anni 70 e 80, del processo innovativo che investe la programmazione di film sulle reti raitv, prima due e poi tre. Anche con l’immissione, fino ai massimi livelli di responsabilità, di personale che da quell’impronta proveniva, come Enrico Ghezzi.

A metà anni Settanta il Filmstudio — dove venivano ospitate le prove del Living Theatre di Julian Beck e Judit Malina, dove compariva Godard, dove si potevano spesso incontrare spettatori eccellenti come Alberto Moravia e Aldo Moro, dove erano di casa cineasti allora giovani o giovanissimi come Bernardo Bertolucci, Bellocchio, i Taviani — fa un passo avanti aprendo la seconda sala. E dedicando la programmazione a novità italiane non più soltanto sperimentali. E’ qui che vede la luce il “fenomeno” Nanni Moretti. Un ragazzo romano di 23 anni che ha realizzato con budget domestico e un gruppo di amici il suo primo film in pellicola super8. Io sono un autarchico “terrà” sullo schermo del Filmstudio per tre mesi.

 

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