Tinto Brass,
o la carne malintesa
È morto a Roma, a novantatré anni, l’uomo che il cinema italiano ha scelto di ricordare con una parola sola. Ne meritava molte di più.
Nella foto: Ewa Aulin e Jean-Louis Trintignant in una scena di “Col cuore in gola” – Regia di Tinto Brass (1967)
Tinto Brass,
o la carne malintesa
È morto a Roma, a novantatré anni, l’uomo che il cinema italiano ha scelto di ricordare con una parola sola. Ne meritava molte di più.
Nella foto: Nella foto: Ewa Aulin e Jean-Louis Trintignant in una scena di “Col cuore in gola” – Regia di Tinto Brass (1967)
Nei titoli di oggi c’è scritto “maestro dell’erotismo”, e per una volta l’etichetta non è falsa: lo era davvero. Il problema è tutto ciò che quell’etichetta ha coperto, negli anni, come una lastra opaca posata su un ritratto.
Perché prima del maestro dell’eros c’era un cinefilo purissimo. Sul finire degli anni Cinquanta, Giovanni Brass, Tinto, dal soprannome di famiglia che rimandava al Tintoretto, era a Parigi, archivista alla Cinémathèque Française di Henri Langlois. Ci lavorava in cambio di vitto e alloggio, imparando il montaggio con le mani dentro le pellicole dei grandi, nella stessa sala dove in prima fila sedevano i ragazzi che da lì a poco avrebbero fatto la Nouvelle Vague. Non un dilettante capitato sul set: un uomo che il cinema lo aveva respirato alla sua fonte più alta.
Torna in Italia e la formazione si completa alla bottega migliore che ci fosse. Aiuto regista di Alberto Cavalcanti e di Joris Ivens; e soprattutto di Roberto Rossellini, per cui monta L’India vista da Rossellini e lavora al set de Il generale Della Rovere. Da lì, per un decennio, gira di tutto: l’esordio anticonformista dei primi anni Sessanta, la sperimentazione formale di Col cuore in gola, un cinema irriverente e anarchico che con l’immagine da cui sarà poi sepolto non c’entra ancora nulla.
Poi arriva l’etichetta, e cancella il resto. Ma c’è un particolare che resiste a ogni semplificazione: Brass ha montato personalmente, fino all’ultimo fotogramma, ogni suo film. È il gesto dell’autore, non dell’artigiano di genere, con la stessa cura appresa a Parigi, portata dentro i film che tutti credevano di aver capito.
Che poi non li avesse capiti quasi nessuno lo dice un dettaglio che vale più di ogni difesa postuma. Nel 2002, la Cinémathèque française, il tempio dove tutto era cominciato, gli ha dedicato una retrospettiva. Il titolo era Eloge de la chair: elogio della carne. La carne, si badi. Non il nudo, non lo scandalo: la carne, cioè il corpo come materia viva, come pensiero. A chiamarla col suo nome è stata la casa del cinema d’autore, mentre l’Italia continuava a ridacchiare.
Se ne va così, Tinto Brass, lasciando dietro di sé una domanda che non ha mai smesso di porci: cosa resta di un uomo, quando di tutto quello che è stato, decidiamo di tenere una cosa sola.
Stefano Pierpaoli
Filmstudio – Roma
Al desiderio, e a quel che resta, è dedicata la serata di domenica 29 novembre alla Libreria ELI.
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