Scena pietosa
Predare, millantare, usurpare
C’è un sito web, gestito da LAZIOcrea – società partecipata della Regione Lazio – che dedica un’intera sezione alla storia del Filmstudio. Racconta di Americo Sbardella, di Annabella Miscuglio, di Paolo Castaldini. Di Andy Warhol e Jean-Luc Godard. Di Nanni Moretti che nel dicembre 1976 presentò in anteprima esclusiva Io sono un autarchico. Di cinquant’anni di cinema d’autore, di avanguardia, di formazione di pubblico appassionato. Vai al link: https://scenaweb.it/la-storia/
È una storia vera. È la storia del Filmstudio.
Il problema è che quella pagina fa parte del sito di scenaweb, che con il Filmstudio non ha nulla a che fare.
Si è impadronita del luogo perché i burocrats, i politici postmoderni, hanno deciso che dovevano gestire loro a modo loro.
Il Filmstudio, con Scena, non c’entra nulla.
Già erano stati diffidati dallo sfruttare in modo subdolo questo nome ma evidentemente non riescono a capirlo.
Lo scenario che hanno creato è grottesco, tendente al ridicolo ma anche al minaccioso.
Minaccioso per chi ama il cinema. Minaccioso per Roma. Minaccioso per i Romani.
Restituzione di che?
Anche se lo abbiamo capito tutti, insistono sullo spiegare “cos’è SCENA”. Quest’altra perla della comunicazione furbesca – https://scenaweb.it/cose-scena/ – apre con una frase: “La Regione Lazio restituisce alla città di Roma un altro importante pezzo di storia della cultura del nostro territorio.”
Restituisce. La parola è scelta con cura. Suggerisce che qualcosa di perduto venga riconsegnato ai suoi legittimi destinatari. Ma chi sono i destinatari? Non i gestori legittimi, che sono stati esclusi. Non coloro che per decenni ha tenuto vivo quello spazio. Non chi ha lottato, anno dopo anno, per non far morire un’istituzione culturale unica nel panorama italiano.
La Regione Lazio è proprietaria delle mura. Lo è dal 1989, quando acquistò i locali di Via degli Orti d’Alibert per salvare il Filmstudio da uno sfratto imminente. Da quel momento, una serie di convenzioni quinquennali ha regolato la gestione degli spazi, che rimaneva nelle mani di chi quella storia l’aveva costruita.
Possedere un edificio non significa possedere ciò che vi è accaduto dentro. Non significa possederne il nome. Non significa possederne la memoria.
Una brutta pagina
Nel corso di una riunione avvenuta negli uffici della Regione Lazio — di cui conservo la registrazione — un funzionario regionale spiegava con chiarezza le ragioni dell’operazione di riqualificazione:
“L’immobile è accolto un’attività che può essere definita storicistica nel senso che il Filmstudio è un’istituzione e quindi la presenza del bene e la presenza del gestore entrambi fanno il valore storico.”
E ancora, parlando della fase successiva ai lavori:
“Quando loro poi in qualche modo rientreranno a gestire attraverso il loro marchio le attività che si fanno, perché secondo me è un marchio ancora spendibile.”
Questa riunione non è un documento riservato. L’audio — con le voci opportunamente alterate per tutela dei presenti — è pubblico da tre anni sul mio profilo YouTube (youtu.be/vsc-h9jPPSE) e si può ascoltare anche in questa stessa pagina (Video “IPSE DIXIT”), accompagnato dal contesto che ne permetteva la comprensione. Nessuno ha reagito. Nessun giornalista ha ritenuto la cosa degna di attenzione. Nessuna istituzione ha ritenuto necessario rispondere.
Il mio silenzio di tre anni è anch’esso una risposta. Ho scelto di aspettare, di continuare a lavorare, di tenere il Filmstudio nella giusta rotta. Oggi scrivo perché hanno ricominciato a usare il nostro nome. E questo non passa. Non lo lascio correre.
La Regione sapeva – e dichiarava esplicitamente – che il valore dell’intera operazione era inscindibile dalla presenza dei gestori storici e dal marchio Filmstudio. Quella presenza, quel marchio, quella storia erano la giustificazione culturale e politica dei fondi richiesti e ottenuti: risorse dall’Art Bonus, fondi per il risparmio energetico, fondi comunitari. Un totale che sarebbe servito alla ristrutturazione dei locali per la quale la Regione Lazio ha speso circa un milione di euro di denaro pubblico.
C’è un piccolo particolare: a differenza di quanto era stato dichiarato e assicurato nel corso di quella riunione, i gestori legittimi non sono rientrati. Il Filmstudio non c’è più. Ora c’è una SCENA che ha occupato quel posto.
I soldi, però, sono stati spesi lo stesso.
Le domande mai rivolte
Qualcuno dovrebbe chiedere — alla Regione Lazio, a LAZIOcrea, al dirigente responsabile dell’operazione — alcune cose molto semplici:
I fondi pubblici impiegati per la riqualificazione di Via degli Orti d’Alibert sono stati ottenuti anche sulla base del valore storico-culturale del Filmstudio e della presenza dei suoi gestori?
La registrazione di quella riunione suggerisce di sì.
Se la presenza dei gestori era condizione del valore dell’operazione, come giustifica la Regione la loro esclusione?
SCENA — aperta nel 2021 — ha raggiunto gli obiettivi culturali e di pubblico che giustificavano un investimento di tale entità?
Quanti spettatori ha accolto? Quanti eventi ha realizzato? I dati sono pubblici?
Il luogo non è stato praticamente mai aperto per quasi 2 anni e per il resto ha lavorato grazie alla compagnia di giro.
Sono domande di interesse pubblico. Riguardano l’uso di denaro pubblico, la gestione di un patrimonio culturale collettivo, e il rispetto di una storia che appartiene a una comunità — non a un ente burocratico.
La storia non si compra
SCENA utilizza la storia del Filmstudio come elemento di legittimazione. È comprensibile: senza quella storia, non sarebbe nulla. È uno spazio come molti altri, gestito da una società partecipata regionale, senza radici proprie, senza identità propria, senza il coraggio e la visione che trasformarono un seminterrato di Trastevere in un luogo di riferimento per il cinema mondiale.
Ma la storia non si acquisisce per decreto. Non si prende il nome di chi ha costruito qualcosa e lo si usa per coprire qualcosa di diverso, per quanto rinnovato, per quanto finanziato, per quanto istituzionalmente (ipocritamente) presentabile.
La storia descritta da chi non c’entra nulla con quella stessa storia è al massimo un esercizio retorico d’accatto. Tipico di una politica che non c’è e di assessori alla cultura burocratizzati.
Il tempo di Renato Nicolini, l’unico che di cultura poteva parlare, è finito da un pezzo.
È una storia che come tutti sanno, non può appartenere a LAZIOcrea e ai suoi emissari.
Dopo quasi cinque anni di attività, con tutti i vantaggi politici e amministrativi di un’entità d’apparato, SCENA non ha ancora smesso di evocare il Filmstudio. Questo dato, da solo, vale più di qualsiasi analisi. Non si cita ciò che si è superato. Si cita ciò che non si riesce a essere.
Il Filmstudio è chiuso nella sua sede storica da undici anni.
Eppure il suo nome è ancora più vivo del posto che lo ha sostituito. Non per inerzia, non per nostalgia, ma per il lavoro ostinato di chi quella storia la porta avanti ogni giorno, senza sede fissa, senza fondi pubblici, senza apparato di protezione.
Questa è la loro sconfitta più silenziosa.
Ed è il trionfo del Filmstudio.
Stefano Pierpaoli
Filmstudio