Connessi dall'algoritmo, presenti per scelta

C’è un momento, in Connessi o presenti, in cui il buio della sala smette di essere assenza di luce e diventa spazio di pensiero. È il primo capitolo di Dissolvenze & Bagliori, il ciclo di teatro filosofico narrativo che Filmstudio e Libreria ELI hanno portato in scena a settembre, e già dalla serata d’apertura si capisce che non si tratta di un cineforum travestito da spettacolo, né di una conferenza addolcita dalle immagini. È qualcosa che non ha un nome preciso, e forse è proprio questo il suo primo pregio.

Sul piano artistico, l’originalità sta nell’intreccio. Antonioni e Spike Jonze dialogano a sessant’anni di distanza; L’eclisse e Her raccontano lo stesso vuoto, ma mentre Vittoria lo subisce come condizione storica, Theodore lo sceglie, lo desidera, lo chiama amore. La serata non illustra idee già scritte: le genera, lasciando che siano i film a produrre la domanda. E nel mezzo, le città di fili di Calvino restituiscono in poche righe l’immagine più esatta di cosa siano diventate le nostre relazioni in rete.

Sul piano intellettuale, il percorso rifiuta la rassicurazione. La diagnosi è precisa, Sant’Agostino e il “palazzo della memoria”, Bergson e la durata, Steiner e l’idea che ogni comunicazione sia già una traduzione imperfetta, ma non si traduce mai in condanna della tecnologia. Il pensiero apre, non chiude. Quando Paterson oppone il rito alla coazione, e la ripetizione diventa accumulo anziché svuotamento, lo spettatore non riceve una soluzione: riceve uno strumento per guardare diversamente la propria settimana identica a se stessa.

Ma è sul piano introspettivo che la serata trova la sua misura più rara. Accanto allo sguardo di chi ha visto il mondo cambiare, c’è la voce di Eva, giovane, lucida, mai accusatoria, che rivendica il diritto di “abitare le soglie”, di non stare del tutto dentro né del tutto fuori. “Non siamo fatti per essere sempre connessi. Siamo fatti per essere raggiunti.” In quella frase, detta piano, si condensa tutta la posta in gioco: la differenza tra il contatto e la vicinanza, tra la memoria e l’archivio, tra la presenza e il riflesso. Due generazioni che non si contrappongono, ma convergono sulla stessa sete, sullo stesso bisogno di uno sguardo che non catturi.

Il dato che resta addosso è quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: una persona su sei, nel mondo più connesso della storia, si sente sola. Non un paradosso. Una prova. Presente, dal latino prae-esse, stare davanti a qualcuno, accettando che possa non capirci, e restare comunque.

La serata si chiude sul lungo applauso del pubblico che esce con una domanda aperta, che è esattamente l’effetto cercato.

Il viaggio prosegue. Se la prima serata ci ha lasciati sulla soglia tra connessione e presenza, la seconda ci spinge letteralmente un passo oltre e anche di più.

Domenica 25 ottobre, alle 17:30, I luoghi che ci interrogano: sei film accompagnati dal pensiero di Nietzsche, Pascal e Dostoevskij per attraversare la più antica delle domande, quella sull’oltre.
Nessuna risposta consolatoria: solo il valore della domanda, che è la sorgente di ogni soluzione possibile.

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Hanno detto dello spettacolo

Le voci di chi era in sala

Cinema, teatro e… puntine da disegno sui posti a sedere

In un’atmosfera accogliente, tra cinema d’autore frammentato ad arte e un testo teatrale originale scritto con cura e passione, Stefano Pierpaoli ed Eva Sanna ti inchiodano alla sedia per due ore. Con grazia e nitidezza, lo spettacolo conduce dentro un incontro/scontro profondo: realtà e virtuale, vissuto e narrato, emozioni reali e sfiorate.

Resti al tuo posto come fissato con puntine da disegno che pare non facciano male. Sei lì, incantato, immerso in una piacevole lentezza riflessiva, finché una verità agghiacciante non ti fa sussultare: è così che per un attimo ti sollevi e, ricadendo, ti pungi.

Un contrasto riuscito tra stimoli continui e spazio per pensare. Forse serve proprio un mese per digerirlo del tutto, ma una cosa è certa: non vedo l’ora di tornare a teatro alla fine di ottobre.

Congratulazioni vivissime e grazie.

Bellissima idea quella di utilizzare il cinema come elemento didattico ed esplicativo, tanto più rispetto a riflessioni sui massimi sistemi (o su altri mille motivi possibili). La ripartizione dei momenti, tra analisi filosofico-sociale, brano recitato e spezzone cinematografico, mi è sembrata ben equilibrata e credo costituisca un ottimo format, a mia conoscenza mai provato prima e che potrebbe essere esplorato e moltiplicato in infinite varianti.

Il cinema come didattica funziona a meraviglia, per il carattere stesso della sua fruizione e per il potere fascinatorio dello schermo che attira lo sguardo e l’attenzione.

Come eventuali proposte future, proporrei di utilizzare sequenze cinematografiche anche per i loro aspetti figurativi e di rappresentazione del reale, non solo per il loro lato “letterario”, analizzando così le immagini e la loro capacità di narrare a prescindere dalle parole.

Resta un grande grazie per l’esperienza che ci avete offerto.