UNA VOCAZIONE PRECISA
Mario Canale: la macchina da presa come atto politico
Filmstudio, 10 aprile 2026
Esistono persone che non si lasciano ridurre a una biografia. Mario Canale era una di queste. Potremmo elencare i titoli — Marcello, una vita dolce a Cannes, Era Roma alle Giornate degli Autori di Venezia, i documentari su Ferreri, su Gillo Pontecorvo, su Armando Trovajoli, su Francesco Nuti, sul cinema dei fratelli Taviani — e avremmo detto qualcosa di vero ma di insufficiente. Perché Mario era anzitutto una postura intellettuale, un modo di stare nel mondo e nel cinema che non separava mai il pensiero dall’azione, né la cultura dalla politica, né l’ironia dalla profondità.
È morto questa notte, a 77 anni. Nato a Ferrara nel 1948, aveva fatto di Roma la sua città, non per caso ma per necessità, perché Roma in quegli anni era il luogo dove accadeva tutto quello che contava: il cinema, il teatro, la letteratura, la contestazione, la sperimentazione, l’utopia. Vi era arrivato portando con sé una formazione nella sinistra extraparlamentare che non era ideologia da scaffale ma esperienza vissuta, scelta esistenziale, impegno che non si è mai dissolto nemmeno quando dissolversi è diventato per altri una scelta borghese e necessaria. Ha tenuto quella scelta per tutta la vita, con la fedeltà silenziosa di chi non ha bisogno di rivendicarla a voce alta perché la porta incisa nelle cose che fa.
Prima del cinema, o meglio accanto al cinema, Il Male. La rivista satirica più corrosiva e necessaria che l’Italia abbia prodotto nel Novecento, un laboratorio di intelligenza critica che operava sulle fratture della prima Repubblica con la chirurgia del ridicolo, smontando il potere nei suoi ingranaggi attraverso quella forma antica e sovversiva che è la parodia. Mario vi era redattore, e vi portava ciò che lo avrebbe caratterizzato per sempre: la capacità di essere insieme caustico e benevolo, tagliente e caldo, politico e umano. Non si satireggia bene ciò che non si ama profondamente nel suo potenziale tradito.
Poi il cinema, nella sua forma più irriducibile: il documentario. Non come genere minore o ripiego, ma come vocazione precisa. Come convinzione che la realtà, guardata con intelligenza e rispetto, contenga storie più dense di qualsiasi invenzione. Mario era un archivista del presente e del passato: uno che capiva che i materiali visivi sono coscienza storica, e che lasciarli perire equivale a una forma di violenza culturale. Lo diceva con un’urgenza che non era retorica: chi ha cura di questi materiali deve darsi un gran da fare. Era un’etica, oltre che un metodo.
L’opera più compiuta e visibile di una carriera lunga e coerente è Era Roma, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2022. Un documentario che copre il periodo dal 1963 al 1979: dalla nascita del Gruppo ’63 alla morte di Aldo Moro, passando per il ’68, gli anni di piombo, la stagione della sperimentazione artistica totale. Un film che non è nostalgia – Mario non era un nostalgico, era troppo lucido per esserlo – ma diagnosi. La Roma di quegli anni come specchio rovesciato del presente: la concentrazione unica di energia creativa, la mescolanza tra arte e politica, la volontà di fare della realtà un’opera d’arte. E il senso implicito, mai proclamato ma sempre presente, della perdita, non come rimpianto sentimentale ma come interrogativo politico: che cosa abbiamo lasciato andare, e perché, e chi ne ha tratto vantaggio.
Il 28 ottobre 2022, il Filmstudio Roma proiettò Era Roma al Teatro Tordinona. Era la prima proiezione del Filmstudio dopo un periodo di sospensione, e non fu una scelta casuale. Era Roma non era un film di programma: era un film di appartenenza. Fu una scelta di senso. Quella serata aveva la qualità delle cose necessarie: Mario era lì con un film che parlava di una città e di un’epoca che entrambi, il regista e il Filmstudio, portavamo dentro come una genealogia. Non un’anteprima formale ma qualcosa di più raro: un riconoscimento reciproco tra storie parallele che si incrociavano nel punto giusto.
Mario aveva fatto tutta la sua vita nel cinema come si fa quando si crede che le immagini abbiano conseguenze. Quando si è convinti che guardare con intelligenza il reale sia già un atto di resistenza.
Questa concezione del cinema, oggi sistematicamente marginalizzata dall’industria e dall’indifferenza culturale, è quella che il Filmstudio continua a praticare con ostinazione.
Il dolore di oggi ha anche questo peso: perdiamo un testimone attivo, che sapeva che certe cose vanno tenute vive non per nostalgia, ma perché senza di esse il presente diventa più povero e più facilmente governabile.
Aveva una qualità rarissima negli intellettuali della sua generazione: l’ironia su se stesso. Non si prendeva sul serio nel modo sbagliato. Sapeva che cambiare il corso delle cose è un’impresa enormemente difficile, e questo non lo fermava: lo rendeva più preciso, più paziente, più determinato. Era uomo di senso, come si dice di chi non ha mai smesso di cercare un significato alle cose che fa e alle ragioni per cui le fa. La sua poliedricità – militante politico, autore satirico, regista, documentarista, archivista della memoria visiva italiana – non era dispersione ma coerenza profonda: tutto rimandava a una stessa domanda di fondo su come si usa l’intelligenza in un paese che tende a sprecarne.
Lascia un’opera che merita di essere vista, rivista, studiata. Lascia una lezione di metodo che il cinema italiano farebbe bene a non dimenticare. Lascia, a chi lo ha frequentato, il ricordo di un uomo che portava la sua storia con leggerezza e profondità insieme, come sanno fare solo quelli che hanno davvero vissuto ciò che pensano.
Il Filmstudio lo saluta con gratitudine e con la promessa di continuare a fare quello che lui ha fatto e ci ha insegnato: tenere viva la memoria, alimentare il pensiero, resistere all’insignificanza.
Stefano Pierpaoli
Filmstudio