IL TAVOLO FERMO
Calcio e cinema italiani: due sistemi che hanno smesso di segnare…e di sognare
Fabio Capello ha parlato. Lo ha fatto con la lucidità di chi ha visto il calcio italiano dall’interno, da giocatore e da allenatore, nei momenti della sua grandezza e in quelli del declino. Italiane fuori dalla Champions negli ottavi, nazionale a rischio di saltare il terzo Mondiale consecutivo. Capello non cerca scuse: indica cause strutturali. E mentre leggevo le sue parole, ho smesso di pensare al calcio.
Pensavo al cinema italiano.
La diagnosi di Capello, applicata
Capello dice che ai suoi tempi c’erano in Italia i migliori giocatori del mondo. Studiava Luis Suarez, aveva Bulgarelli. Erano maestri. Oggi ci sono Modric, Rabiot e pochi altri. E quelli buoni li vendiamo.
Proviamo a tradurre: ai tempi di Rossellini, Visconti, Antonioni, Pasolini, Germi, il cinema italiano era un riferimento mondiale. Venivano qui a studiare. Magnani, Mastroianni, Vitti, Sordi erano artisti che il mondo ci invidiava. Zavattini, Age e Scarpelli, Flaiano scrivevano sceneggiature che ancora oggi si studiano nelle università di mezzo mondo.
Oggi? Oggi le grandi produzioni straniere hanno acquistato le società italiane, occupato gli spazi di mercato, ridisegnato l’offerta secondo logiche televisive e industriali che nulla hanno a che fare con il cinema come linguaggio, come forma di pensiero, come arte.
Senza quell’esempio, dice Capello dei calciatori, i nostri non possono migliorare. Vale per i registi. Vale per gli attori. Vale per gli sceneggiatori. Vale per i produttori.
Gli stranieri modesti che occupano i posti
Capello tocca un punto ancora più preciso: gli stranieri occupano i posti in Serie A anche se modesti. Pensiamo davvero che siano tutti superiori ai nostri?
Nel cinema italiano funziona esattamente così. I giovani autori italiani — quelli con idee, con un linguaggio, con qualcosa da dire — non trovano spazio. Non perché manchino di talento. Perché il sistema non ha interesse a creargli spazio. Preferisce prodotti già calibrati su format riconoscibili, su formule che non disturbano, su storie che non fanno domande.
Non c’è spazio per la sperimentazione. Non c’è spazio per linguaggi alternativi. Non c’è spazio per forme espressive coraggiose. Il coraggio, nel cinema italiano contemporaneo, è diventato una categoria quasi incomprensibile.
Il possesso palla che deresponsabilizza
L’altra osservazione di Capello è quella che mi ha colpito di più. Abbiamo preteso di copiare il Barcellona di Guardiola e l’abbiamo fatto male. Pensiamo solo al possesso, dimenticando che il possesso deresponsabilizza: basta l’appoggio a quello accanto.
Il cinema italiano ha il suo possesso palla. Si chiama finanziamento pubblico. Si chiama Ministero della Cultura. Si chiama Film Commission. Si chiama tax credit. Un sistema di sussidi e ammortizzatori che ha prodotto, negli anni, un eterno vittimismo senza autocritica, una dipendenza strutturale che ha atrofizzato la capacità di cercare strade autonome, di dialogare con il mercato, di costruire un rapporto vero con il pubblico.
Basta passare la palla a quello accanto. Basta fare il film che ottiene il contributo. Non importa se poi nessuno lo vede. Non importa se parla a un pubblico che non esiste. L’importante è che sia stato finanziato.
Un’eccezione che dovrebbe diventare norma
Corrado Monina è un giovane regista che ha scelto di fare diversamente. Ha deciso di non inseguire i finanziamenti pubblici come unica strada possibile. Ha costituito una propria società di produzione, si è rivolto a investitori privati, ha costruito il suo film — dedicato alla figura enigmatica e straordinaria di Gustavo Rol — secondo una logica autonoma, fuori dagli schemi consolidati.
Non è una storia di purezza ideologica. È una storia di metodo. È la dimostrazione che esiste un’alternativa, che il sistema non è l’unica realtà possibile, che un giovane autore può trovare strade diverse senza rinunciare alla propria visione.
Basta passare la palla a quello accanto. Basta fare il film che ottiene il contributo. Non importa se poi nessuno lo vede. Non importa se parla a un pubblico che non esiste. L’importante è che sia stato finanziato.
È esattamente il tipo di esperienza che il cinema italiano non sa valorizzare. Che preferisce ignorare. Che i suoi apparati non hanno interesse a rendere visibile, perché renderebbe visibile, per contrasto, la propria inefficienza.
Il tavolo deve tornare a muoversi
Capello dice che se l’Italia dovesse fallire il terzo Mondiale, non avrebbe dubbi: tutte le politiche sul calcio giovanile sono state sbagliate. È una sentenza senza appello.
Il cinema italiano non aspetta neanche l’eliminazione per sapere che qualcosa non ha funzionato. Lo sa già. Lo sa da anni. Continua a non saperlo dire ad alta voce, per paura di mettersi contro i potentati, per autocensura, per quella debolezza espressiva che è forse il sintomo più grave di una crisi che non è solo economica ma culturale e politica.
Il 29 marzo, a Filmstudio Roma, proveremo a dirlo. Con Corrado Monina, con il suo film, con la storia di Gustavo Rol come specchio e come metafora. Una conversazione aperta a chi fa cinema, a chi lo ama, a chi non si rassegna all’idea che il tavolo non possa più muoversi.
Stefano Pierpaoli
15 marzo 2026