ANNI '70: MISTERI, UTOPIE, TRAGEDIE
Un gesto di militanza culturale
C’era silenzio in sala quando ho pronunciato quelle parole. Non il silenzio di chi aspetta, ma quello di chi riconosce.
“Quella generazione è stata l’ultima che ha potuto credere che la storia avesse una direzione — perché fino ad allora è stato così — e che il suo intervento, il suo gesto politico, poteva influenzare quella direzione. Parliamo di un mondo e di una possibilità che non rinascerà mai più.”
E poi: “La violenza politica di quegli anni, la scelta estrema e suicida adottata negli anni di piombo, non è stata la causa del fallimento di quel progetto sociale, politico, generazionale. È stato il sintomo terminale di un mondo che si stava spegnendo e con esso stava morendo un sogno straordinario di passione politica, di partecipazione sociale e di creazione di futuro. Moriva di fatto nel tradimento, nella disillusione e nell’assassinio di una generazione.”
Eravamo alla Libreria ELI, il 29 marzo 2026. Eravamo lì per parlare di cinema italiano degli anni Settanta. Ma come sempre accade quando si entra davvero dentro un’epoca — non per commemorarla, ma per capirla — si finisce per parlare di noi. Di adesso. Di ciò che manca.
Un atto politico nel senso più antico del termine
Ciak si Legge non è una rassegna cinematografica. Non è un cineforum, non è una serata a tema, non è uno di quegli eventi culturali che nascono e muoiono nell’arco di un aperitivo. È qualcosa di più scomodo e di più necessario: è un esercizio di militanza culturale.
Usiamo questa espressione consapevolmente, senza nostalgia e senza retorica. Militanza culturale nel senso più limpido e più nobile del termine — nell’accezione che rimanda alla polis, alla coscienza collettiva, al dovere civile di non lasciare che i territori del pensiero vengano occupati senza resistenza dall’inerzia e dallo spettacolo.
Oggi, in un panorama in cui la cultura viene prodotta e consumata sempre più come merce esperienziale — evento da fotografare, contenuto da scrollare, emozione da taggare — scegliere di fermarsi, di analizzare, di costruire insieme un’interpretazione storica attraverso il cinema significa fare una scelta di campo. Significa rifiutare l’eventismo fine a se stesso e affermare che la profondità è ancora possibile. Ancora necessaria. Ancora politica.
Perché gli anni Settanta. Perché adesso
Gli anni Settanta non sono un decennio da museo. Sono la ferita ancora aperta del presente italiano.
In quel decennio si è consumato qualcosa di irreversibile: la fine della storicità come orizzonte condiviso. Per secoli — e con particolare intensità nel Novecento — le generazioni hanno vissuto dentro la convinzione che la storia avesse una direzione, e che l’azione collettiva potesse influenzarla. Questa convinzione non era ingenuità: era la condizione stessa della partecipazione politica e sociale. Era il carburante di ogni progetto generazionale.
Quella generazione — la generazione degli anni Settanta — è stata l’ultima a possedere quella convinzione in modo pieno e integrato. L’ultima a credere che il gesto individuale e collettivo avesse peso specifico sulla traiettoria del mondo. Con la fine di quella stagione, e con la sconfitta — politica, culturale, esistenziale — di quel progetto, è morta anche quella possibilità. Non si è indebolita, non si è trasformata: è morta. E non è più rinata.
La violenza degli anni di piombo non è stata la causa di questa morte. Interpretarla così — come ancora troppo spesso si fa, nella vulgata giornalistica e nella memoria pubblica — significa invertire il rapporto tra sintomo e malattia. La lotta armata è stata il sintomo terminale di un organismo già colpito a morte: il sintomo disperato e suicida di una generazione che vedeva svanire il proprio orizzonte e che, in quella scomparsa, perdeva non solo un progetto politico ma un modo di stare al mondo. Moriva di tradimento — quello delle istituzioni, dei partiti, dei poteri che avevano promesso un cambiamento che non volevano davvero. Moriva di disillusione. Moriva, letteralmente, nell’assassinio fisico e simbolico di una generazione intera.
Il cinema come strumento di verità
La scelta di attraversare quel decennio attraverso il cinema italiano non è decorativa. È metodologica.
Il cinema degli anni Settanta è uno degli specchi più fedeli e più impietosi di quella stagione. Non perché i film di quegli anni fossero tutti capolavori — alcuni lo sono, molti no — ma perché in quel decennio il cinema italiano era ancora capace di essere simultaneamente arte, documento e intervento. Pasolini, Petri, Rosi, Bertolucci, i film di genere che sotto la superficie del thriller o dello spaghetti western nascondevano diagnosi sociali precise: tutto questo costituisce un corpus straordinario di riflessione collettiva su un’epoca che stava vivendo se stessa con una consapevolezza drammatica.
La selezione di ventidue titoli costruita per la serata del 29 marzo non vuole essere enciclopedica. Vuole essere argomentativa. Ogni film è stato scelto perché porta dentro di sé una domanda che è ancora la nostra domanda: come si vive quando il futuro smette di essere promessa? Come si resiste quando il potere si fa invisibile e pervasivo? Come si racconta una sconfitta senza consegnarsi al nichilismo?
Sono domande degli anni Settanta. Sono domande di oggi.
Ciak si Legge come forma culturale
Quello che proviamo a fare con Ciak si Legge — ogni mese, con Fabio Cortese e Claudio Trionfera, alla Libreria ELI — è qualcosa che nel panorama culturale romano e italiano fatica a trovare precedenti recenti. Non perché siamo i primi a unire cinema e storia, ma perché la formula che abbiamo costruito rifiuta deliberatamente la mediazione spettacolare.
Non si viene a Ciak si Legge per essere intrattenuti. Si viene per lavorare — con la testa, con la memoria, con le emozioni. Si viene perché il cinema italiano del dopoguerra, letto decade per decade, è una delle chiavi più potenti per capire come siamo diventati quello che siamo. E perché capire come siamo diventati quello che siamo è la premessa indispensabile per immaginare di essere qualcosa di diverso.
La partecipazione del pubblico alla serata degli anni Settanta — la qualità dell’ascolto, la densità delle reazioni, il modo in cui certi silenzi dicevano più di molte parole — ha confermato qualcosa che sappiamo ma che vale la pena ripetere: c’è una domanda di profondità che l’offerta culturale corrente sistematicamente ignora. C’è un pubblico che non vuole essere consumatore di eventi ma partecipe di un’esperienza che lascia qualcosa.
Questo è il senso politico di quello che facciamo. Non nel senso partitico — lontano da qualsiasi appartenenza di schieramento. Nel senso originario: ci occupiamo della città, della coscienza collettiva, del diritto a non essere soltanto spettatori della propria epoca.
Una tappa, non un traguardo
La serata del 29 marzo 2026 è una tappa. Ciak si Legge continua — con gli anni Ottanta, con gli anni Novanta, con tutto ciò che ancora resta da attraversare nel cinema italiano del secondo Novecento. E continua con la consapevolezza che ogni appuntamento è un piccolo atto di resistenza contro l’amnesia culturale, contro la velocità che non lascia sedimentare nulla, contro l’idea che la cultura debba essere leggera per essere accessibile.
La cultura pesante — quella che richiede impegno, quella che disturba, quella che non si dimentica appena usciti dalla sala — è l’unica che vale la pena fare. E difendere.
Filmstudio Roma, marzo 2026