Alberto Moravia

Fare un giro di telefonate a tutti i giornalisti delle principali testate per invitarli al Filmstudio per l’anteprima stampa di un nuovo film era per me semplice e piacevole.

La telefonata da fare a Moravia era l’unica cosa che mi metteva sempre in apprensione.

Il piccolo rito consisteva nel preparare da parte mia una breve nota informativa, cinque o sei righe , sul film che veniva proposto. Mi annotavo poi a parte, in seconda battuta, altri appunti sull’autore, sugli attori e su qualche richiamo culturale rilevante.

A questo punto mi concentravo e componevo il numero.

A rispondere al telefono era quasi sempre Moravia.

Io sbrigativamente mi presentavo, gli comunicavo il titolo del film,  il nome dell’autore, luogo e ora sull’anteprima stampa. Quindi aspettavo la solita battuta: “Di che si tratta, mi dica qualcosa”.

A questo punto gli leggevo gli appunti che avevo preparato e se percepivo qualche perplessità, senza che me lo chiedesse, gli leggevo anche gli “appunti di riserva”.

La risposta era secca e rapida: “Va bene. Verrò. Grazie. Buongiorno.”

Ma mi capitava anche, raramente, di sentirmi rispondere: “No. Grazie. Non mi interessa. Buongiorno.”

Moravia, a differenza di alcuni giornalisti se diceva che sarebbe venuto, veniva; anche con il freddo o con la pioggia. Moravia seguiva attentamente anche le nostre rassegne, da comunissimo spettatore. I suoi interessi, solo per fare qualche esempio, andavano dalle avanguardie alla Nouvelle Vague, da Bunuel a Bertolucci, che giudicava “prima di tutto come un grande animale di cinema” e poi, tra i vari apprezzamenti, pensava che il talento di Bertolucci fosse caratterizzato “soprattutto da una straordinaria capacità di rivivere il passato”.

Di Godard apprezzava “la pura espressione filmica”.

E poi c’era il cinema del suo grande amico Pier Paolo Pasolini.

A proposito del cinema di Pasolini, Moravia in un’intervista a Alain Elkann (vita di Moravia, Bompiani, 1990), diceva: “il cinema di Pasolini… è via via antropologico, politico, ideologico, simbolico, fantastico; insomma, è poetico. Come dire che Pasolini è un poeta che si esprime non soltanto in versi, ma anche nei film…

Storicamente il cinema di Pasolini risolve la crisi del cinema neorealista superando il naturalismo e la conseguente maniera della commedia all’italiana.

Vedo Pasolini a metà strada tra Bunuel e Mizoguchi.”

Moravia al Filmstudio raramente veniva da solo.

Aveva sempre un seguito. A volte lo accompagnavano sei giovani ammiratori, ragazzi e ragazze.

Spesso veniva con la moglie, la scrittrice Dacia Maraini.

Noi, in pectore, lo consideravamo socio onorario.

Mi piace ricordare brevemente una circostanza in cui Moravia ci diede una prova concreta della sua affettuosa vicinanza. Nel 1978 presentammo una rassegna intitolata “Erotika Californiana”. Il programma comprendeva una serie di film prodotti dalla chiesa metodista californiana per l’educazione sessuale dei giovani. In quell’occasione fummo denunciati da una associazione cattolico integralista per una offesa al pubblico pudore. E non era la prima volta. Moravia venne in tribunale insieme al regista Michelangelo Antonioni a testimoniare a favore del Filmstudio.

Tra le altre cose, Moravia, a chiusura della sua deposizione disse al giudice: “…se chiudete il Filmstudio io, che sono anche un critico cinematografico, per vedere dei film di qualità sarò costretto a trasferirmi a Parigi.”

La deposizione di Moravia in aula fece un certo effetto. Come sempre anche quella volta fummo assolti. Tra l’altro, durante il dibattimento, si scoprì che chi aveva denunciato non aveva visto un solo film della rassegna incriminata.

Racconto di Armando Leone

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